Alla presentazione romana del film La Lezione, di cui è protagonista, Matilda De Angelis incentra il suo intervento sull’abuso emotivo e lo stalking contro le donne, tematiche centrali del film ma anche della nostra epoca e di cui è fondamentale continuare a parlare, soprattutto oggi che celebriamo la Festa Internazionale della Donna. Perché la mimosa è un bel simbolo, ma non basta, occorre riflettere e tanto.
«La violenza psicologica non è rumorosa, non è palese: scava nella percezione della realtà della vittima fino a farle dubitare di ciò che è vero» ha detto Matilda De Angelis sottolineando come quella forma di abuso che agisce nel silenzio, proprio per questo, può diventare ancora più pericolosa. «È molto diversa da quella fisica”, spiega. «Non c’è il prima e il dopo di uno schiaffo, non c’è il prima e il dopo di un occhio nero o di una costola rotta».
Il problema, continua l’attrice, è che questo tipo di violenza si muove sul terreno della percezione. Non esiste un fatto oggettivo che separa nettamente ciò che accade prima e dopo. Esiste piuttosto un conflitto tra versioni della realtà: «È la mia realtà contro la tua, la mia percezione contro la tua».
È proprio lì che la manipolazione trova spazio. «La violenza psicologica è molto subdola», osserva Matilda De Angelis. «Perché scava nella percezione della realtà della vittima, fino a portarla a dubitare profondamente di ciò che è vero e ciò che è falso». Secondo l’attrice, queste dinamiche sono spesso legate alle relazioni affettive e ai meccanismi tipici dell’abuso narcisistico. Un sistema che si nutre dell’empatia della vittima: della sua capacità di comprendere l’altro, di mettersi in discussione, di cercare spiegazioni.
Ed è proprio questo uno dei punti centrali del film: mettere in crisi l’idea che esista un tipo preciso di donna destinata a cadere vittima di queste dinamiche.
«Mi sono chiesta perché una donna economicamente indipendente, forte, emancipata, con una propria vita possa comunque diventare vittima di un abuso psicologico», racconta De Angelis. La risposta, dice, è semplice quanto scomoda: non esiste un identikit. L’idea della “vittima predestinata” è un bias cognitivo, un modo rassicurante per pensare che certe cose possano accadere solo ad altri. In realtà, insiste l’attrice, può succedere a chiunque. «Chiunque sia dotato di empatia e sia disposto a mettere in discussione il proprio sistema di pensiero può trovarsi in questa condizione».
Nel film, questa dinamica attraversa il personaggio di Elisabetta, una donna apparentemente solida che si trova a fare i conti con il ritorno di un passato segnato da uno stalker e con un crescente senso di minaccia. Ma per De Angelis la storia diventa soprattutto un’occasione per riflettere su ciò che accade dopo l’abuso.
Perché la manipolazione, spiega, spesso non termina con la fine della relazione. «Ha strascichi lunghissimi nel tempo». Molte vittime continuano a interrogarsi su ciò che avrebbero potuto fare diversamente: cosa avrei dovuto capire prima? come avrei dovuto reagire? È un meccanismo di colpevolizzazione che prolunga l’effetto dell’abuso anche quando la relazione è ormai finita. Eppure, secondo l’attrice, esiste un punto fermo: non possiamo controllare la reazione degli altri. «Anche quando facciamo tutto alla perfezione, non abbiamo il controllo della risposta dell’altro».
È proprio da questa consapevolezza che nasce, paradossalmente, una forma di libertà. Lasciare andare il controllo sugli altri significa recuperare il controllo su se stessi.
Per spiegare questa idea De Angelis cita i versi del poeta Aldo Penna: “Di tutte le prigioni che ho abitato, di tutte possedevo la chiave”. Una frase che per lei racchiude il senso più profondo della storia: spesso la consapevolezza arriva solo dopo, quando la verità si ricostruisce a ritroso. Ed è proprio per questo che, sottolinea, «la lezione non è ancora finita».
Il film, attualissimo e ancora di più oggi 8 marzo, è anche un invito a continuare a parlare di violenza psicologica, una forma di abuso ancora troppo invisibile.
Quanto alla sua personale “lezione”, De Angelis sceglie una risposta semplice ma radicale: rimanere fedele a se stessa. «Per me non c’è romanticizzazione», conclude. «Fuori è come dentro, dentro è come fuori». Un principio che, dice, la accompagna da quando aveva diciotto anni: restare esattamente quella che è.
L’articolo Matilda De Angelis: “La violenza psicologica scava nella percezione della realtà” proviene da IlNewyorkese.





