Referendum, all’estero il risultato si ribaltata ma non cambia le sorti della riforma

Come noto da ieri, il referendum costituzionale confermativo del 22 e 23 marzo sulla riforma della giustizia ha prodotto un dato piuttosto netto: in Italia ha vinto il No, con il 53,23% dei voti contro il 46,77% del Sì; considerando anche l’estero, l’affluenza complessiva si è fermata al 55,70%, mentre rimanendo nei confini nazionali ha restituito un ottimo 58,93%, uno dei dati più alti degli ultimi anni. Tornando al risultato, fuori dai confini il quadro è ribaltato: nella circoscrizione Estero il Sì ha prevalso con il 56,34%, mentre il No si è fermato al 43,66%. È uno scarto che non cambia l’esito finale, ma conferma ancora una volta che il voto degli italiani residenti fuori dall’Italia tende ad avere una geografia politica diversa da quella interna.

Nella ripartizione America settentrionale e centrale, che comprende Stati Uniti, Canada, Messico e i Paesi dell’area caraibica e centroamericana, gli elettori iscritti erano 481.988. I votanti sono stati 108.203, pari al 22,45%: è un dato significativamente più basso rispetto all’affluenza complessiva nazionale, ma che rientra nella media dell’affluenza estera, che varia tra il 23 e il 31% a seconda delle consultazioni. Le schede nulle sono state 8.367, le bianche 551, mentre le contestate risultano 5.

Sul piano del risultato, però, l’indicazione politica è chiara: anche in questa area ha prevalso il Sì, con circa il 60% dei consensi, contro il 40% del No. È uno scarto netto, in controtendenza rispetto al dato italiano, dove la riforma è stata respinta. Il Nord America e il Centro America si allineano così alla tendenza generale della circoscrizione Estero, in cui il Sì ha superato il 56%, mentre in Italia si è fermato sotto la metà.

Il comportamento dell’elettorato all’estero non è però uniforme. Se nelle Americhe e nelle altre ripartizioni extraeuropee il Sì ha prevalso, in Europa ha vinto il No, replicando in parte l’orientamento interno. Questo elemento segnala che le differenze non dipendono solo dalla distanza geografica, ma anche dalla composizione delle comunità italiane nei diversi Paesi. Ci arriviamo tra poco.

Per capire questa differenza bisogna infatti tornare all’introduzione del voto all’estero. Il sistema attuale nasce con la legge 459 del 2001, che istituì la circoscrizione Estero e introdusse il voto per corrispondenza per gli italiani iscritti all’AIRE. La prima applicazione su larga scala arrivò con le elezioni politiche del 2006, quando per la prima volta gli italiani residenti fuori dal Paese elessero propri rappresentanti in Parlamento. In quell’occasione, i seggi assegnati all’estero risultarono decisivi per la maggioranza al Senato, contribuendo alla vittoria dell’Unione guidata da Romano Prodi con uno scarto molto ridotto. Fu il primo segnale del peso politico di questo elettorato, che è spesso citato tra i possibili fattori chiave per ribaltare gli scrutini.

Questo lo si deve principalmente a due fattori: il bacino di elettorato, che consta di quasi cinque milioni e mezzo di elettori, abbastanza per ribaltare qualsiasi risultato anche calcolando l’affluenza media, che finisce per portare al voto comunque un milione e mezzo circa di elettori; ed il fatto che i risultati del voto all’estero arrivano sempre più tardi, quando in linea di massima il risultato nazionale sembra chiaro: in caso di poco scarto sono voti che possono risultare altamente decisivi.

Il ritardo dello scrutinio è dovuto ad una ragione prettamente tecnica: il voto dei cittadini esteri avviene per corrispondenza nelle settimane precedenti al voto e le buste con i voti vengono raccolte e dislocate in cinque sedi per lo scrutinio: Milano, Bologna, Firenze, Roma e Napoli. Il voto all’estero, avvenendo per corrispondenza, è un sistema molto fragile e soggetto a brogli, pertanto è previsto un sistema di verifica più accurato: ad ogni voto è associato un codice che corrisponde a quello dell’elettore. Prima di inserire la scheda, gli scrutatori devono assicurarsi che il codice contenuto nel plico corrisponda effettivamente ad un singolo elettore. Il procedimento è dunque molto lento.

Un’altra costante sulle circoscrizioni estere per capire le tendenze di voto riguarda la diversa composizione delle comunità italiane nelle varie aree del mondo. Nelle Americhe, e in particolare in Nord America, la presenza italiana è storicamente più stratificata, con comunità radicate da generazioni e una partecipazione politica meno legata al dibattito quotidiano italiano. In Europa, invece, prevale una mobilità più recente, fatta di lavoratori e studenti che mantengono un legame più diretto con la politica nazionale. Questa differenza si riflette spesso nei risultati: le Americhe tendono a esprimere posizioni più favorevoli al cambiamento, mentre l’Europa si avvicina maggiormente al comportamento elettorale interno.

Restano però alcune criticità strutturali. Il voto per corrispondenza, pur ampliando formalmente la platea degli elettori, è esposto a problemi ricorrenti oltre che al già citato rischio di brogli: ritardi postali, indirizzi non aggiornati, dispersione geografica e una quota di schede nulle più alta rispetto all’Italia. Il dato dell’affluenza in America settentrionale e centrale – poco più del 22% – sintetizza bene questi limiti. Da anni si discute di possibili riforme del sistema, tra cui l’introduzione di modalità di voto alternative, ma per ora non sembra esserci all’orizzonte un intervento.

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