C’è ancora incredulità, ma soprattutto una gioia piena, quasi sospesa. Quando risponde al telefono, Valentina Merli è “ancora sulla nuvoletta”, anzi, “una nuvola molto affollata” e non ha alcuna intenzione di scendere. La produttrice di Two People Exchanging Saliva, premiato con l’Oscar per il miglior cortometraggio, ripercorre in questa conversazione intima il cammino del film, nato da un’idea radicale e diventato simbolo di resistenza, riflette sul futuro del cinema italiano, sulle opportunità di Hollywood e sul sistema virtuoso francese.
Come ci si sente, a pochi giorni da una vittoria così importante?
Benissimo. Sono ancora sulla nuvoletta, non ho voglia di scendere, devo dire la verità. È tutto incredibile, davvero bellissimo. E poi è stupefacente vedere l’empatia, l’affetto, la gioia che questo premio ha generato nelle persone intorno a noi.
Qual è stata l’emozione più forte lungo il percorso verso gli Oscar?
Già per la prequalifica è stato stupendo. I cortometraggi arrivano agli Oscar attraverso un percorso preciso, tra premi e festival, e noi eravamo tra quelli selezionati: una gioia enorme. Poi abbiamo scoperto che i corti prequalificati erano più di duecento. Il momento davvero incredibile è stato quando siamo entrati nei quindici. Eravamo felicissimi. E ancora di più quando, a fine gennaio, è arrivata la nomination nei cinque: lì, per noi, era già una vittoria. Certo, quando sei in gioco inizi anche a sperare. Ma sapevamo di avere davanti una “macchina da guerra”, film sostenuti da grandi piattaforme, ci siamo dette: godiamocela. Quando, in sala, hanno annunciato i vincitori, all’inizio non capivamo nemmeno se fosse reale e poi è successo qualcosa di rarissimo: un ex aequo. Ci hanno detto che i voti erano esattamente uguali. È stato un momento fortissimo. Dovevo concentrarmi per non piangere.
Il primo pensiero, in quel momento, a chi è andato?
Alla mia famiglia: mio marito, i miei figli, i miei genitori, mia sorella. E poi anche a me stessa e alla mia socia. Il lavoro del produttore è complesso, spesso invisibile. Una ricompensa così ci ha fatto davvero bene.
C’è un messaggio ricevuto che l’ha colpita più degli altri?
Non saprei fare una classifica, ma mi ha fatto molto piacere quello di Paolo Branco, il produttore con cui ho iniziato 25 anni fa. Mi ha scritto che ora può andare in pensione dicendo di aver lavorato con qualcuno che ha vinto l’Oscar. È stato molto emozionante.
“Two People Exchanging Saliva”, un titolo provocatorio che racconta la sete di saliva, appunto, intesa come intimità. Come nasce l’idea di raccontare questo tema e in modo così diretto?
È nata dai registi. Subito è venuta fuori l’idea di un mondo in cui le cose si pagano con gli schiaffi. Ci ha spiazzati. Poi è emersa anche una componente più simbolica: un mondo in cui i baci sono vietati. C’era sullo sfondo il tema delle proteste in Iran e in generale tensioni legate a immigrazione e repressione. Tutto questo ha contribuito a creare un universo che sembra assurdo, ma purtroppo non lo è.
Il bacio diventa un gesto rivoluzionario.
Esatto. È una forma di resistenza. L’amore, la tenerezza restano necessari. Sono ciò che permette di resistere al male del mondo.
Guardando all’Italia: come legge l’assenza del nostro cinema agli Oscar?
È difficile per me rispondere, perché non vivo in Italia. Però ho l’impressione che la cultura sia un po’ sottovalutata e che non si comprenda fino in fondo anche il suo ritorno economico. In Francia questo è molto chiaro. C’è una tradizione forte e un sistema che la sostiene. In Italia abbiamo una storia cinematografica straordinaria e tanti talenti, anche giovani. Spero che possano emergere.
Quali talenti italiani non dovrebbero mancare agli Oscar?
Mi viene in mente il costumista Stefano Ciammitti, molto bravo e con grande potenziale internazionale. Poi il regista Francesco Sossai. E Francesco Costabile.
Lei vive e lavora a Parigi ma che dialogo ha con l’industria hollywoodiana?
Diretto, per ora, non moltissimo, anche perché lavoriamo soprattutto nel cinema d’autore. Ma probabilmente si apriranno nuove possibilità, anche perché i nostri registi hanno legami molto forti con gli Stati Uniti, abitando a New York.
Cosa dovrebbe imparare l’Italia da sistemi come quello americano o francese?
Più che da Hollywood, credo dall’Europa. In Francia c’è un forte sostegno pubblico e una grande attenzione culturale. Esiste un sistema virtuoso, una catena che si autoalimenta. E poi c’è un orgoglio culturale autentico, non solo simbolico. Il cinema è considerato arte e anche risorsa economica.
Quanto ha contato Bologna nella sua formazione?
Moltissimo. È una città dove si respira cultura fin da piccoli. La Cineteca, i film, le videoteche… tutto contribuiva a creare uno sguardo. Io, da bambina, restavo a guardare i titoli di coda: volevo capire chi faceva cosa. Solo dopo ho capito che era già un interesse per la produzione. Ancora oggi Bologna è una città del cinema, dove si sente l’amore per il cinema.
Quando torna a Bologna, qual è la prima cosa che fa? Il primo posto dove va?
Cerco subito di mangiare il gelato, perché per me Bologna ha i migliori del mondo. E poi vado a vedere i miei amici.
Dopo tanti anni di vita personale e professionale all’estero, si sente ancora legata alla scena culturale italiana?
No, non mi sento molto inserita.
Le piacerebbe tornare a lavorare più stabilmente in Italia?
Mi farebbe molto piacere lavorare con l’Italia. Stando qui è bello, ma ancora non è successo. Spero che succeda.
Dopo un riconoscimento così importante come l’Oscar, pensa che cambierà il suo ruolo di produttrice? Si sentirà più libera o più esposta alle aspettative dell’industria?
Le aspettative non le sento. Probabilmente mi sentirò più libera nelle scelte. E spero che non si aprano solo porte, ma portoni per i progetti futuri. Però bisogna battere il ferro finché è caldo: è un ambiente in cui tutto passa veloce e ci si dimentica in fretta.
Da produttrice, qual è l’elemento che non può mancare in un buon film?
La necessità, da parte dello sceneggiatore o del regista, di fare quel film. Deve esserci un fuoco interno che lo rende inevitabile.
Le viene in mente un esempio di questo “fuoco”?
Sì. Un caso è quello di Oliver Laxe con Sirat.
Restando sul settore: dal punto di vista delle donne nel cinema, non solo attrici ma professioniste a tutti i livelli, a che punto siamo oggi?
In Italia non so dire con precisione. Qui in Francia vedo dei passi avanti: esistono collettivi come 50/50 che monitorano la parità, anche nei numeri. Il movimento Me Too poi ha avuto un impatto forte. Non siamo ancora a una vera parità, ma si sta progredendo.
Se dovesse raccontare questo momento della sua vita come una scena di un film, quale sarebbe l’inquadratura?
È un piano largo. Ci sono io, ma insieme a tantissima gente. Non so se sono proprio al centro, però attorno c’è molta luce, il cielo è blu. Siamo tutti su una nuvola.
Una nuvola affollata, quindi.
Sì, una nuvola molto affollata.
Il “bacio rivoluzionario”, l’anima del suo film, a chi la dedica?
Ai giovani, alle future generazioni. Non gli stiamo lasciando un mondo semplice, ma spero possano resistere e costruire qualcosa di meglio.
L’articolo Valentina Merli e il suo bacio rivoluzionario da Oscar proviene da IlNewyorkese.





