Sita Food porta l’autenticità italiana al Pizza Expo

In occasione dell’International Pizza Expo di Las Vegas, Alessandro Sita, alla guida di Sita Food Inc., traccia un quadro lucido e appassionato del mercato americano: tra crescente domanda di autenticità, evoluzione del gusto e nuove frontiere produttive, il futuro della pizza parla sempre più italiano, anche fuori dall’Italia.

LInternational Pizza Expo è alle porte: con quale spirito vi presentate a questo appuntamento?

Siamo molto entusiasti. Arriviamo a questa fiera con un progetto a cui lavoriamo da mesi: il lancio della nostra mozzarella fior di latte. Parliamo di un prodotto centrale per la pizza, una mozzarella fresca fatta all’italiana, con fermentazione lenta e senza conservanti. La particolarità è che viene prodotta negli Stati Uniti da casari italiani, per gestire al meglio la shelf life. Siamo molto soddisfatti del risultato e il Pizza Expo è il banco di prova ideale: è la nostra prima partecipazione e l’emozione è alta.

Che valore ha questo lancio per la vostra azienda e per la vostra storia familiare?

È un ritorno alle origini. La nostra famiglia è partita proprio dai prodotti freschi: ricotta, mozzarella, paste filate. Poi, con l’espansione internazionale, ci siamo concentrati anche su formaggi e salumi a lunga stagionatura, più gestibili dal punto di vista logistico. Il fresco è più complesso, ma anche più identitario. Con la mozzarella entriamo nel cuore del mercato: è una sfida importante, perché negli Stati Uniti esistono già grandi operatori. Abbiamo sviluppato un prodotto distintivo, ispirato alla tradizione di Agerola, e crediamo possa diventare centrale per il nostro futuro.

Inoltre, si inserisce perfettamente nell’evoluzione della pizzeria americana: oggi non è più solo pizza, ma un luogo di esperienza, con antipasti, taglieri e aperitivi. Ed è lì che i nostri prodotti trovano spazio e racconto.

Quanto sta crescendo negli Stati Uniti la domanda di latticini freschi e autentici?

Cresce in modo significativo. In passato si utilizzavano prodotti più economici, oggi invece c’è maggiore attenzione alla qualità. Anche grazie all’arrivo di molti professionisti italiani e non solo, che hanno introdotto standard diversi.

Allo stesso tempo, sta emergendo una nuova dinamica: aziende locali che producono “all’italiana”. Questo apre una riflessione importante: non tutto deve necessariamente essere prodotto in Italia, l’importante è che sia fatto secondo i criteri italiani, senza compromessi. La mozzarella, ad esempio, può essere prodotta bene anche negli Stati Uniti, se si rispettano metodo e qualità.

Noi continuiamo a distinguerci come  il  partner  di referenza del fresco: l’80% dei nostri prodotti è made in Italy, selezionato per eccellenza.

Italian sounding e produzione locale allitaliana”, c’è il rischio che a volte si intreccino? 

Sì, abbastanza. L’Italia è riconosciuta globalmente per qualità e autenticità, quindi è naturale essere imitati. Ma oggi il consumatore è più consapevole: sa distinguere. Faccio sempre un esempio: si può fare una buona pizza napoletana in America? Sì, se si utilizzano ingredienti italiani e competenze italiane. Il punto non è solo dove si produce, ma come si produce. La sfida è mantenere identità e qualità, educando il mercato.

Come stanno evolvendo negli Stati Uniti prodotti come burrata e stracciatella, meno famosi della cugina “mozzarella” e molto legati al territorio, alla tradizione italiana?

Sono in forte crescita, ma ancora in una fase iniziale rispetto alla mozzarella. La burrata è esplosa negli ultimi 5-10 anni. Noi abbiamo scelto di lavorare con una produzione tradizionale pugliese, perché offre un profilo unico. Sono prodotti molto apprezzati nella ristorazione, dove c’è maggiore attenzione all’autenticità. Nella grande distribuzione, invece, prevalgono logiche diverse. Ma il potenziale è enorme.

Quanto è strategico oggi il mondo della pizza per il vostro business?

Sempre di più. Storicamente lavoriamo con gastronomie e banchi del fresco, ma la pizzeria moderna è diventata un hub culturale e gastronomico. Non solo pizza: taglieri, fritti, piatti di pasta. Per noi è un canale fondamentale, anche perché consente un dialogo diretto con i professionisti. Partecipare al Pizza Expo serve proprio a costruire relazioni, non solo con i distributori ma anche con i clienti finali.

Cosa cercano oggi i pizzaioli americani?

Qualità accessibile. Negli Stati Uniti, per anni, l’alta qualità era confinata alla ristorazione di lusso. Oggi invece c’è una democratizzazione: anche una pizzeria può offrire ingredienti eccellenti, in porzioni equilibrate e a prezzi sostenibili. Questo è molto italiano: mangiare bene, senza eccessi.

Quali sono i trend più interessanti nei topping?

Oltre ai grandi classici come il prosciutto, vediamo crescere molto prodotti come guanciale e salumi piccanti. Il guanciale, ad esempio, è sempre più utilizzato anche perché molte pizzerie propongono piatti di pasta classici come amatriciana, caccio e pepe e carbonara.

Interessante anche l’evoluzione del “pepperoni”: sempre più operatori cercano alternative di qualità superiore, come la spianata calabrese o versioni di salumi  più artigianali con spezie e stagionature naturali. Anche prodotti come la ’nduja stanno guadagnando spazio.

Come riuscite a trasmettere il valore culturale dei vostri prodotti a un pubblico internazionale?

Con semplicità e coerenza. Riduciamo l’assortimento e puntiamo su pochi prodotti, ma eccellenti. Introduciamo novità gradualmente, per dare tempo al mercato di comprenderle.

Il segreto del food italiano è nella lista ingredienti: corta, pulita, legata al territorio. È questo che fa la differenza. E lavoriamo con aziende familiari che condividono questa visione. È un lavoro di squadra.

Quali opportunità vi aspettate dal Pizza Expo?

Soprattutto crescita sulla West Coast. Oggi siamo più forti tra New York e la Florida, ma vogliamo crescere in California e nelle grandi città come Los Angeles e San Francisco. Cerchiamo partner solidi, distributori che possano rappresentare l’intera gamma Sita. La California, da sola, può essere un mercato enorme: costruire una rete lì è strategico.

Che impatto ha avuto il riconoscimento della cucina italiana patrimonio Unesco sul vostro lavoro?

Ha acceso i riflettori, senza dubbio. Per noi è un grande orgoglio: non vendiamo solo cibo, ma uno stile di vita, fatto di qualità, equilibrio e benessere. Negli Stati Uniti, dove l’offerta è vastissima, questo riconoscimento aiuta a orientare il consumatore. È anche il risultato di un grande lavoro di sistema, tra istituzioni e imprese.

Ma c’è anche un altro aspetto fondamentale: siamo in qualche modo fortunati perché l’Italia ha avuto tanti emigrati che sono diventati ambasciatori straordinari nel mondo. Negli Stati Uniti, ad esempio, si contano circa 20 milioni di persone di origine italiana tra prima e seconda generazione. Questo è un valore enorme: non solo rappresentano una base di consumatori, ma contribuiscono a diffondere il nostro stile di vita: nel cibo, nel modo di stare insieme, perfino nel modo di vestire.

Per l’Italia è un patrimonio prezioso. Questo riconoscimento internazionale è importante, ma rafforza qualcosa che esiste già da tempo: una presenza culturale forte e diffusa, che continua a generare valore.

Guardando al futuro, quale ruolo vuole giocare Sita nell’evoluzione del food e in particolare nel settore pizza?

La pizza è un canale fondamentale per noi, per la sua capacità di raccontare l’Italia in modo diretto attraverso il prodotto e creare connessione con il consumatore. Ma il nostro obiettivo è più ampio: vogliamo essere  a traverso  il nostro marchio Sita il partner di riferimento del banco di gastronomia italiana ( Formaggi, salumi e antipasti) in USA, come già siamo in Europa.

Stiamo lavorando su nuovi progetti, anche fuori dai canali tradizionali: pensiamo a box e taglieri di Formaggi & salumi ordinabili online, a iniziative che ci permettano di dialogare direttamente con il consumatore finale. Crediamo che il futuro passi anche da qui, tra digitale, social e nuovi modelli di acquisto.

Siamo un’azienda familiare, alla terza generazione, e guardiamo lontano: tutto quello che facciamo oggi è per costruire credibilità nel tempo. La qualità è l’unica strada, anche se richiede pazienza.

I consumi stanno cambiando, i nostri figli compreranno in modo diverso da noi, e dobbiamo essere presenti nei nuovi canali per continuare a raccontare il prodotto italiano. Siamo ancora in una fase di costruzione, la pizzeria è uno dei pilastri, ma continueremo a evolvere per restare rilevanti.

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