Di recente mi è stato chiesto di interrogarmi sul ruolo della pratica yogica nella vita di donne che hanno attraversato esperienze di violenza fisica o psicologica, persone dentro le quali si è creata inevitabilmente una frattura dove si insinua il dubbio più pericoloso: quello di meritare, in qualche modo, tutto quel male, di non valere abbastanza per avere diritto solo ad amore e rispetto. Individuare questa frattura è spesso la parte più complessa del processo di guarigione.
Questo mi ha dato modo di fare alcune riflessioni che hanno a che fare con i traumi, piccoli o grandi che siano, un trauma è un trauma e ogni individuo lo affronta a suo modo provando a “sopravvivere”. Sono convinta però che lo yoga possa fornire uno strumento eccezionalmente valido di guarigione e cambiamento e possa insegnare a prendersi cura di sé stessi nel senso più complessivo che ci sia.
Me ne sono accorta prima di tutto sul mio corpo: quando ho iniziato a praticare yoga non riuscivo nemmeno a toccarmi i piedi; oggi la mia flessibilità è qualcosa che non avrei mai immaginato possibile, soprattutto considerando che ho subito un intervento alla colonna vertebrale 8 anni fa. Ma la trasformazione più significativa non è stata fisica. Senza che me lo imponessi, senza sforzo o decisioni razionali, il mio corpo ha iniziato a dirigersi spontaneamente verso scelte più salutari: ho smesso di fumare, ho smesso di mangiare carne e pesce. Semplicemente non ne sentivo più il bisogno.
È stato allora che ho capito che lo yoga non agisce solo sul corpo, ma su qualcosa di molto più profondo.
Nel caos incessante di città come New York, dove il ritmo quotidiano spesso sovrasta quello del battito del nostro cuore, il corpo impara a resistere più che ad ascoltarsi.
Lo yoga diventa allora una vera e propria salvezza, perché riporta chi pratica a una connessione profonda con se stesso. Fa emergere i punti critici, i dubbi, le sofferenze. Non è una via indolore, ed è importante dirlo chiaramente. Ma trovare la frattura generata dal trauma è il primo passo verso la salvezza: se riesco a vedere qualcosa, posso combatterla; se non la vedo, no. Da lì può iniziare la costruzione della cura e dell’amore per sé stessi, un percorso che con la pratica avviene in modo naturale e assolutamente commovente.
Chi ha subito violenza o controllo spesso perde fiducia nel proprio corpo e nelle proprie percezioni. Con lo yoga la fiducia diventa una pratica concreta: senza fiducia in sé stessi molte asana non possono assolutamente essere prese. Ma il lavoro non si ferma sul piano fisico. Lavorando con il corpo, i cambiamenti si estendono altrove. È per questo che non si parla di sport, ma di disciplina ed è per questo che è necessario parlare dei chakra.
I chakra sono punti di convergenza dell’energia che creano un collegamento profondo tra mente e corpo. Se stimolati correttamente, si attivano o, in alcuni casi, si riattivano. Nelle donne che hanno subito violenza, il chakra che risente maggiormente del trauma è spesso il secondo, Svadhisthana, il chakra sacrale, legato al senso di colpa, al piacere fisico e alla relazione con il proprio corpo. È un centro energetico strettamente connesso all’apertura delle anche, una zona in cui il corpo tende ad accumulare tensioni profonde, spesso inconsapevoli. Lavorare su quest’area permette di sciogliere blocchi che non sono solo muscolari, ma emotivi e identitari.
Non meno importante bisogna lavorare anche sul quarto chakra che in questi casi risulta compromesso. Anahata è il chakra del cuore, collegato alle aperture del petto, ed è strettamente connesso con la capacità di amare e di amarsi. Dopo una violenza, il petto tende a chiudersi in modo protettivo, come se il corpo cercasse di difendere una zona vulnerabile e come se il peso di quanto accaduto gravi sulle nostre spalle. Riportare apertura in quest’area significa ricostruire lentamente la possibilità di fidarsi, di lasciarsi attraversare dall’amore, di riconoscere il proprio valore affettivo e di aprirsi all’universo.
Sono concetti che a parole possono sembrare astratti, ma che, una volta sperimentati sulla propria pelle, lasciano senza parole.
Spesso si pensa che lo yoga renda egocentrici. In un certo senso è vero, ed è una cosa positiva. Come si può stare bene nel mondo se non si sta bene con sé stessi? Questo vale per tutti, il cambiamento parte da qui: da me, dal mio equilibrio, dalla fiducia nelle mie capacità e nel mio valore. Io sono il centro del mio mondo. Questo è lo yoga: un cammino lungo, forse infinito, che fornisce strumenti per affrontare tutto ciò che nella vita può ostacolare il nostro percorso, con un’unica certezza — potrà solo andare meglio.
Come ulteriore elemento della pratica yogica, c’è sicuramente da menzionare la meditazione. Nella parte di rilassamento finale ritengo sia di fondamentale importanza, perché è lì che si raccolgono i frutti seminati durante la pratica fisica. È uno spazio di sedimentazione, in cui ciò che è stato smosso dal corpo può trovare una forma, un senso, una direzione, può mettere radici.
La meditazione può spaventare perché nel silenzio si perde il controllo sul percorso della mente, che spesso cerchiamo di indirizzare verso territori conosciuti e che riteniamo sicuri. Questa è una forma di negazione. Fingere che vada tutto bene, ignorando ciò che invece andrebbe affrontato, non mette al sicuro da nulla.
È come convincersi che dietro una porta chiusa non ci sia niente che possa far male. Tenerla chiusa non significa essere protetti. Se dietro quella porta c’è qualcosa che può ferire, lo farà comunque, magari nel momento meno prevedibile. Durante la meditazione non è possibile sapere cosa emergerà. Anche nelle meditazioni guidate, la mente può sorprenderci e portarci in territori delicati, fino a farci ritrovare in lacrime. Non è necessariamente un male. I dolori non vanno ignorati: devono riemergere per poter essere affrontati con coraggio, in un ambiente protetto, sapendo che il percorso può essere difficile e non indolore.
Prima di pratiche complesse, però, c’è qualcosa di fondamentale: imparare a respirare.
Questo vale per tutti gli allievi, indistintamente. La respirazione dev’essere il primo grande traguardo di uno yogi, perché è il respiro a dettare il ritmo di ogni pratica. Solo comprendendo davvero la sua importanza si riesce a trarre dallo yoga la completezza che può offrire. Non è un caso se in ogni asana si entra inspirando o espirando, se ogni movimento è legato a una fase precisa del respiro. E c’è un motivo se è fondamentale imparare a riempire tutti i polmoni e non solo una minima parte.
Alla nascita il respiro è spontaneamente diaframmatico; crescendo lo perdiamo e, più siamo stressati, più diventa alto e superficiale, coinvolgendo solo la parte superiore dei polmoni. È facile accorgersene: le spalle si sollevano a ogni inspiro.
Riconnettersi con sé stessi significa partire da qui. Un respiro lento e profondo che coinvolge prima la parte bassa dei polmoni, gonfiando l’addome, poi il torace e solo alla fine la parte alta. Questa è la respirazione yogica completa, Purna Pranayama. Prima dei saluti al sole e delle posizioni a testa in giù, respiriamo.
Costruire uno spazio interiore sicuro è fondamentale ovunque, che si viva a Times Square o in un piccolo paesino di campagna. Lo yoga può essere insegnato, ma a un certo punto diventa un insegnante autonomo. Non servono più spiegazioni: molte cose si comprendono da sole. Non è un caso se chi inizia a praticare, appena può, srotola il tappetino anche a casa.
Le parole servono a poco. Il corpo sa. Ha solo dimenticato. Piano piano ricorda, piano piano si purifica, piano piano guarisce e torna alla perfezione che era. Forse non in questa esistenza, ma prima o poi ci si arriva.
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