C’è un paradosso che descrive l’adolescenza di oggi: una generazione che dichiara malesseri sempre più frequenti e che raramente trova un adulto con cui parlarne. Il corpo e la mente lanciano segnali, e quei segnali restano in gran parte senza risposta.
Trovo perciò interessante l’articolo pubblicato sul Corriere della Sera e scritto da Maurizio Tucci, dal titolo “Adolescenti: soffrono di ansia e cefalea, sono di cattivo umore e non vanno mai dal medico”, perché mette insieme due dati che di solito vengono letti separatamente: la diffusione del disagio e la fragilità dei luoghi in cui quel disagio potrebbe essere accolto.
Il primo dato riguarda l’accesso alle cure: “Il 42% degli adolescenti afferma di non andare mai dal pediatra/medico di famiglia se non quando ha un problema fisico conclamato e un ulteriore 38% afferma di andarci comunque meno di una volta all’anno”.
I dati arrivano dall’edizione 2026 dell’Osservatorio sugli stili di vita degli adolescenti, realizzata da Laboratorio Adolescenza e Istituto di ricerca IARD, su “un campione nazionale rappresentativo di 3.040 studenti tra i 13 e i 19 anni”.
Il secondo dato riguarda la salute percepita. Ragazze e ragazzi riferiscono di soffrire, più spesso rispetto agli anni passati, di ansia (71,4% le femmine, 40,2% i maschi), cattivo umore (68,8% le femmine, 39,7% i maschi), cefalea (51,6% le femmine, 33,3% i maschi) e tristezza (52,8% le femmine, 29% i maschi).
C’è poi un passaggio che collega il malessere fisico alle abitudini digitali: la cosiddetta “cefalea digitale”, legata a “un uso prolungato dei dispositivi, soprattutto nelle ore serali, l’iper-esposizione ai social, lo scrolling continuo e la conseguente alterazione del sonno”.
Sherry Turkle, sociologa statunitense, ha studiato per decenni il rapporto tra esseri umani e macchine: la connettività permanente promette di avvicinarci e insieme ci rende meno capaci di sostenere le conversazioni autentiche.
L’articolo documenta poi la dimensione sociale della rete: “L’88% pubblica abitualmente ‘reel’ e ‘story’ sui propri profili social alla costante ricerca di follower”. E “Avere un buon ‘capitale’ di follower è considerato molto importante da oltre il 60% degli adolescenti”, sia come trampolino per diventare influencer, “il nuovo traguardo unisex che ha sostituito il calciatore e la ballerina degli adolescenti inizio secolo”, sia come “misura della propria popolarità all’interno del gruppo dei pari”.
Il termine ‘capitale’ è proprio quello che userebbe Pierre Bourdieu. Il sociologo francese ha dimostrato che la vita sociale è una competizione per l’accumulo di risorse simboliche, e oggi i follower rappresentano un capitale visibile, misurabile ed esibibile. Il problema nasce quando la popolarità digitale diventa la misura del proprio valore: a quel punto, ogni oscillazione dei numeri viene percepito come un giudizio sulla persona.
C’è infine una percentuale che trovo la più significativa dell’indagine. “Il 38% delle ragazze e il 34% dei maschi gradirebbe avere un momento per rimanere da solo con il proprio pediatra/medico, senza la presenza dei genitori”, e lamenta di non avere questa opportunità, che invece sostiene di avere il 24%.
Eppure, nel colloquio privato “solo una minoranza affronterebbe tematiche delicate e importantissime come il consumo di sostanze, la sessualità o il consumo di alcol”. La ragione è chiara: “Il 36% degli intervistati ritiene che il medico/pediatra abbia l’obbligo di riferire ai genitori tutto ciò che avviene durante il colloquio privato”.
Il medico ha l’obbligo di informare i genitori soltanto quando emerge un rischio grave per la salute del minore, e in quel caso lo avvisa prima e lo coinvolge nel colloquio. Regole che i ragazzi conoscono poco: ed è proprio il silenzio su di esse a spingerli a tacere per paura.
Serve un’alleanza nuova tra scuola, famiglia e sanità. Il medico può diventare un interlocutore di riferimento, se la sua funzione viene spiegata con chiarezza e il colloquio riservato diventa una pratica normale. La scuola può offrire occasioni strutturate di ascolto, dove il benessere psicologico diventi parte del percorso educativo. La famiglia può imparare a riconoscere i segnali, che spesso sono fisici prima che verbali: la cefalea, l’insonnia, il cattivo umore sono richieste d’aiuto che il corpo formula al posto delle parole.
L’articolo Il silenzio degli adolescenti e quel malessere che nessuno ascolta proviene da IlNewyorkese.





