Al via oggi la European Conference ad Harvard. La visione del co-presidente Carlo Giannone

Studente alla Harvard Kennedy School e co-presidente della European Conference ad Harvard, Carlo Giannone è una delle voci emergenti del dibattito europeo negli Stati Uniti. Nato e cresciuto in Sicilia, con un percorso di studio e lavoro che lo ha portato da Milano a Boston, passando per il Belgio e gli Emirati Arabi, Giannone racconta la sua formazione, la passione precoce per la politica e la visione che anima la conferenza in programma il 6 e 7 febbraio.

Quale percorso l’ha portata a studiare ad Harvard e come ha vissuto questa scelta?

Tutto parte da una piccola cittadina siciliana, Ragusa, dove sono cresciuto. Vengo da una famiglia umile, una famiglia che però mi ha sempre trasmesso il valore dell’istruzione, l’importanza dello studio e dell’impegno per colmare il divario con chi magari parte da un background più favorevole. Grazie a questa spinta e a questo amore mi sono trasferito a Milano, dove ho studiato Economia alla Università Bocconi. Dopo la laurea mi sono trasferito prima in Belgio e poi negli Emirati Arabi, dove ho lavorato per tre anni. Qui la mia azienda, dopo il raggiungimento di determinati indicatori di performance ed eccellenza, mi ha dato la possibilità di realizzare un sogno: studiare per due anni alla Harvard Kennedy School grazie al supporto di tre borse di studio, facendo un master in quella che è la mia grande passione, le politiche pubbliche e la cosa pubblica. È così che sono arrivato qui, dove sto vivendo questi due anni cercando di portare avanti le mie passioni, in particolare per la politica italiana ed europea.

Quando nasce la sua passione per la politica?

È nata molto presto, quando avevo cinque o sei anni. C’erano bambini che volevano diventare calciatori, dottori o astronauti. Io ho sempre avuto le idee molto chiare: il mio obiettivo era aiutare la comunità, poter dire un giorno di aver lasciato un segno positivo nelle persone che mi circondano. Ho sempre sentito il bisogno di lottare per chi non ha niente, per chi non ha le possibilità di andare avanti o semplicemente di godere di dignità e felicità. Da lì è nata questa passione, che ho cercato di portare avanti attraverso l’attivismo a livello regionale e nazionale, la divulgazione con un podcast che ho fondato, articoli sui giornali e associazioni che ho creato o a cui ho partecipato, compresa un’associazione di promozione sociale in Sicilia, Chiamata Sicilia, che ha l’obiettivo di favorire lo sviluppo economico e sociale della regione coalizzando le energie dei Siciliani nell’Isola, in Italia e nel Mondo.

Si riconosce in quell’orgoglio, tipico di chi parte dal Sud, di voler restituire qualcosa alla propria terra d’origine?

Assolutamente sì. La Sicilia è una regione bellissima, con una comunità piena di voglia di fare e di non rassegnarsi. È una comunità che però è stata lasciata sola dallo Stato e spesso anche da chi, all’interno della regione, dovrebbe guidarla verso un futuro più prospero. È per questo che si vedono tantissimi siciliani all’estero che cercano di darsi da fare e di restituire qualcosa. Non ci si vuole rassegnare a un futuro in cui si deve scappare dalla propria terra, vedere i genitori piangere perché non li rivedrai per mesi, o accettare che il 50% dei giovani sotto i 35 anni non abbia un lavoro, non possa costruirsi una famiglia, non possa sognare una vita dignitosa e felice.

Come è arrivato a diventare co-presidente della European Conference ad Harvard?

È un ruolo per cui mi sento privilegiato e onorato. Nel mio primo anno ad Harvard ho partecipato attivamente alla conferenza, supportandola e lavorando in modo continuo. I presidenti dell’edizione precedente hanno deciso di designare me e Slavina Ancheva, una ragazza bulgara con cui lavoriamo in grande sintonia, come nuovi copresidenti perché ritenevano avessimo una visione solida per questa edizione. Credo che stiamo riuscendo a implementarla: avremo tre ex primi ministri, un primo ministro attualmente in carica, la vicepresidente del Parlamento europeo e piu di 50 protagonisti di think tank, ONG, aziende internazionali e istituzioni politiche europee e nazionali.

In un momento storico in cui l’Europa viene spesso raccontata come spettatrice marginale, pensa che possa ancora avere un ruolo centrale nel mondo?

Credo che questa sia soprattutto una narrazione. Se guardiamo agli indicatori di felicità e dignità umana, l’Europa è costantemente ai primi posti da decenni. Il problema è che negli ultimi anni ha perso un po’ la propria anima, la consapevolezza della sua forza. In soli venti o trent’anni abbiamo creato una moneta unica tra le più importanti al mondo, programmi scientifici, un’area in cui le persone possono spostarsi, lavorare, creare una famiglia, fare esperienze culturali e intellettuali. Di questo dobbiamo essere orgogliosi. Allo stesso tempo, però, non possiamo continuare a dipendere energeticamente dalla Russia, militarmente dagli Stati Uniti o economicamente dalla Cina. Non dobbiamo seguire qualcuno, ma dettare la linea, difendendo i nostri valori senza rassegnarci a un mondo in cui il più forte impone la propria visione. Serve un “realismo dei valori”: affrontare la competizione globale senza abbandonare ciò che ha reso prospera la nostra società.

Quanto conta il fatto che questo dibattito sull’affrancamento europeo avvenga proprio negli Stati Uniti, ad Harvard?

È il vero leitmotiv della nostra conferenza. Vogliamo essere più di un luogo in cui qualcuno tiene un discorso: vogliamo essere uno spazio in cui le persone scambiano opinioni e cambiano anche le proprie convinzioni. Dall’estero è difficile influenzare la scena pubblica, spesso chi vive fuori viene coinvolto solo marginalmente. Noi non ci rassegniamo a questo. Crediamo che anche all’estero possano nascere spazi di discussione capaci di generare cambiamento e di influenzare positivamente le istituzioni e i governi europei.

Che ruolo può avere l’Europa nella gestione delle crisi globali, dalle guerre alle difficoltà economiche e sociali?

Oggi l’Europa cerca soprattutto di contenere, illudendosi che certe crisi siano solo parentesi destinate a chiudersi. È una visione sbagliata. Penso, ad esempio, all’Ucraina: abbiamo aspettato che fossero altri a prendere l’iniziativa. Non possiamo sempre attendere che qualcuno risolva i problemi per noi. Il nodo è strutturale: con 27 Stati membri che tirano ognuno dalla propria parte è difficile agire. Come ha detto anche Mario Draghi, serve un percorso verso un federalismo europeo, in cui le decisioni fondamentali vengano prese da un’unica guida con il consenso dei cittadini. Altrimenti rischiamo di essere schiacciati da giganti come Cina, Stati Uniti e Russia.

Federalismo e sovranità dei vari paesi democratici possono convivere in Europa?

La democrazia non deve mai mancare, anzi va difesa. Dobbiamo essere orgogliosi delle nostre identità nazionali: io mi sentirò sempre italiano. Il cambiamento non significa rinunciare a questo, ma coordinarsi meglio, pensare a ciò che fa bene a tutti. Anche gli Stati Uniti non sono nati in un giorno. L’Europa non è un museo destinato a restare immobile, come è stata definita qui in America: può essere una fucina di idee, innovazione e speranze future.

Negli Stati Uniti l’Europa viene davvero vista come un “museo”?

È una definizione che circola da tempo. Qualcuno ha detto che negli Stati Uniti si innova, in Cina si copia e in Europa si regola. Altri hanno parlato di gigante economico ma nano politico. Questa narrazione va cambiata. L’Europa spende più della Russia in difesa, è la terza economia globale e una grande potenza commerciale. Quello che manca non sono le risorse, ma il coordinamento e la fiducia in noi stessi.

Qualche numero sulla conferenza di quest’anno?

Avremo oltre 700 partecipanti e più di 70 speaker, tra rappresentanti di consolati e ambasciate europee negli Stati Uniti. Ci saranno anche persone che arriveranno direttamente dall’Europa, da Londra, Parigi, Milano, affrontando costi e difficoltà logistiche. Spero davvero di essere all’altezza delle aspettative e sono convinto che il dibattito contribuirà a far avanzare le priorità dell’agenda europea.

L’articolo Al via oggi la European Conference ad Harvard. La visione del co-presidente Carlo Giannone proviene da IlNewyorkese.

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