Angela Russo è Chief Creative Officer di AGBO, la società di produzione globale fondata da Anthony e Joe Russo. Con un background come attrice, sceneggiatrice e produttrice, svolge un ruolo chiave nello sviluppo di progetti che uniscono grande spettacolo e forte visione creativa, facendo da ponte tra Hollywood e un panorama dell’intrattenimento sempre più globale.
Come sta e come sta Hollywood oggi? Negli ultimi anni abbiamo assistito a grandi trasformazioni: dall’intelligenza artificiale all’ascesa dello streaming, fino alle produzioni che si spostano fuori da Los Angeles. Che momento sta vivendo davvero l’industria?
Credo che l’industria stia attraversando una fase di evoluzione. In alcuni aspetti può risultare destabilizzante, ma io preferisco concentrarmi sugli elementi positivi. Esiste una reale opportunità nell’utilizzare la tecnologia come strumento guidato dagli artisti. Oggi abbiamo più possibilità che mai di raccontare, condividere e vivere le storie. Inoltre, il settore sta diventando sempre più globale in termini di inclusione e rappresentazione, e considero questo un cambiamento molto positivo.
Le sale cinematografiche sono davvero a rischio oppure stiamo entrando in una nuova fase di convivenza con lo streaming?
Credo che siamo ormai entrati pienamente in una fase di coesistenza. Detto questo, l’esperienza della sala cinematografica è qualcosa di unico e deve continuare a esistere. Spero che l’industria continui a investire in film capaci di riportare il pubblico al cinema, per vivere insieme un’esperienza collettiva e condivisa.
Parlando di intelligenza artificiale, la considera una minaccia o uno strumento creativo?
Penso che possa essere utilizzata come uno strumento, o meglio come una serie di strumenti, in grado di ampliare gli orizzonti creativi e favorire nuove forme di sperimentazione. Ciò che mi preoccupa è l’idea che queste tecnologie vengano sviluppate dalle aziende senza il coinvolgimento degli artisti che poi dovranno utilizzarle.
Dal punto di vista produttivo, Hollywood sta perdendo il suo ruolo centrale?
Più che perdere centralità, sta evolvendo verso una dimensione più globale. Per un certo periodo alcune destinazioni negli Stati Uniti sono diventate più competitive grazie agli incentivi fiscali, attirando molte produzioni. Più recentemente, anche hub internazionali come il Regno Unito e l’Australia sono cresciuti molto, offrendo sia incentivi sia infrastrutture solide.
Come azienda con una visione globale, nell’ultimo anno abbiamo girato in cinque continenti, compresi gli Stati Uniti. Questo ci permette di rappresentare in modo autentico i diversi mondi delle nostre storie, che vogliono riflettere persone e culture provenienti da tutto il pianeta.
È cresciuta a Cleveland in una famiglia di origini italiane. Quanto ha influenzato la sua identità creativa questo doppio patrimonio culturale?
Profondamente. Il mio amore per la narrazione nasce dalle storie che la mia famiglia mi raccontava da bambina. Raccontare storie era il nostro modo di comunicare: a tavola, durante le feste, in chiesa. Attribuisco inoltre un grande valore alla collaborazione. Questo senso di appartenenza a un collettivo deriva dal modo in cui funzionava la nostra famiglia e credo sia profondamente radicato nella cultura italiana e italo-americana.
In che modo si sente ancora italiana oggi?
Mi riconosco nella passione, nell’esprimere sia il cuore sia la mente. Allo stesso tempo cerco sempre di essere equa e giusta. Per me queste sono qualità molto italiane.
Film come “Cabrini” raccontano la vera storia dei primi italiani arrivati negli Stati Uniti. Crede sia necessario cambiare la narrazione dell’italianità in America?
Assolutamente sì. Sono molto orgogliosa di essere italo-americana, ma credo che ci sia ancora lavoro da fare per superare alcuni stereotipi che persistono nel tempo. Penso spesso al percorso delle donne italo-americane, ed è per questo che apprezzo molto film come Cabrini. Quel percorso si è evoluto enormemente, soprattutto rispetto al ruolo delle donne. Oggi sono orgogliosa di essere una madre lavoratrice e una donna che contribuisce al sostegno economico della famiglia, con l’opportunità di trasmettere i miei valori non solo in casa, ma anche attraverso il mio lavoro.
Ha lanciato iniziative come una borsa di studio per giovani artisti italiani. Quanto è importante costruire ponti tra Italia e Stati Uniti?
È fondamentale mantenere vivo questo legame. Oltre a questo, credo che condividere le nostre esperienze collettive, sia all’interno delle comunità italiane sia al di fuori, possa avere un grande valore. Le nostre esperienze possono avere una risonanza universale anche per chi non le ha vissute direttamente. E penso che le nuove generazioni siano particolarmente preparate a raccontare queste storie in modo attuale e significativo.
I finalisti della borsa di studio sono stati appena annunciati. Cosa l’ha colpita maggiormente?
I candidati di quest’anno sono stati straordinari. Abbiamo ricevuto il doppio delle candidature rispetto all’anno scorso e la qualità non è diminuita, anzi. Il livello generale era altissimo. I finalisti selezionati portano ciascuno una visione originale, fresca e molto personale. Sono cineasti estremamente talentuosi e rappresentano una grande varietà di storie, toni e temi.
Prima di diventare produttrice e sceneggiatrice ha studiato teatro e recitazione. Quanto ha influito questo percorso?
Moltissimo. Mi permette di uscire dal mio punto di vista e di fidarmi delle persone con cui lavoro. Amo davvero gli ambienti collaborativi, ed è qualcosa che ho imparato proprio dal teatro. Cerco anche di praticare l’empatia sul lavoro e nei processi creativi. Rifletto molto sulle motivazioni e sulle prospettive degli altri, e questo mi aiuta a sostenerli e a metterli nelle condizioni migliori per esprimersi.
C’è un ricordo degli inizi nel cinema che porta ancora con sé?
Sì, moltissimi. Sono ricordi ancora molto vivi. A volte li considero dolci, altre volte un po’ malinconici, soprattutto quando penso a quanta strada abbiamo percorso da allora.
Come concilia la visione creativa con le esigenze dell’industria?
Per me significa essere una partner affidabile dal punto di vista creativo, finanziario e strategico. È importante creare le condizioni affinché ogni progetto possa avere successo e generare un impatto, sia economico sia emotivo. Allo stesso tempo cerco di rispettare la visione artistica, affidandomi alla collaborazione per trovare le idee migliori e al mio istinto quando è il momento di prendere decisioni.
“Cherry”, che ha co-sceneggiato, rappresenta una dimensione più intima rispetto ai blockbuster. Quanto è stato importante?
Cherry è stato un progetto molto personale. Nell’adattamento ho attinto a esperienze sensoriali, all’umorismo e persino al dolore legati alla nostra crescita a Cleveland. È stato un approccio molto diverso e più intimo rispetto ai grandi film d’azione.
Oggi il cinema è sempre più globale e serializzato. Come vede questa evoluzione?
Con la distribuzione globale di film e serie esiste l’opportunità, ma anche il desiderio, di continuare le storie e approfondire il legame emotivo con il pubblico attraverso la serializzazione. È inoltre fondamentale invitare il maggior numero possibile di voci al tavolo creativo. È questo che rende le storie più ricche e rilevanti a livello internazionale. A livello globale ci concentriamo su storie che abbiano una forte autenticità locale ma che siano capaci di dialogare con un pubblico internazionale. Progetti come Citadel, sviluppato tra Stati Uniti, Italia e India, ne sono un ottimo esempio.
Lavora a stretto contatto con Anthony e Joe Russo. Come si trasforma una collaborazione familiare in un business globale?
È interessante: paradossalmente, più diventiamo globali, più siamo sparsi nel mondo e meno ci vediamo di persona. Coordinare il lavoro tra diversi fusi orari significa che qualcuno ha sempre una riunione all’alba o a tarda notte. Ma quello spirito di collaborazione resta il cuore di tutto ciò che facciamo.
Cosa rende unico il vostro approccio?
Lavoriamo come un collettivo. Più produttori collaborano sullo stesso progetto, e questo richiede una comunicazione molto forte, ma permette a ciascuno di contribuire con i propri punti di forza. In AGBO non esistono compartimenti stagni. Riuniamo artisti, dirigenti, ingegneri e creativi di ogni tipo attorno a una visione comune. Questo approccio collettivo porta a risultati migliori.
Guardando al futuro, quali sono le storie più urgenti da raccontare?
Credo che oggi le storie più importanti siano quelle delle nuove generazioni. Da lì nasce l’ispirazione, e sono quelle le voci che dobbiamo ascoltare.
L’articolo Angela Russo, AGBO e le storie italiane nel cinema internazionale proviene da IlNewyorkese.





