Dall’Italia a Los Angeles, Lil Mile riscrive il suo sogno ai Grammy

Lil Mile torna a far parlare di sé con una seconda nomination ai Grammy Awards, confermando un percorso artistico costruito su resilienza, contaminazione culturale e una forte connessione emotiva con il pubblico.

La sua musica unisce lingue, generi ed esperienze personali, mentre la sua storia racconta il viaggio di un artista sospeso – e allo stesso tempo perfettamente radicato – tra Italia e America. In questa conversazione, Lil Mile ci accompagna dietro le quinte di questo nuovo capitolo, tra gratitudine, ambizione e visione del futuro.

Dalla Verona shakespeariana, città simbolo dell’amore, ai Grammy di Los Angeles con Love Cure: l’amore è il tuo fil rouge.

Sì, l’amore è sempre stato il mio centro. Verona mi ha insegnato l’intensità delle emozioni, Los Angeles mi ha insegnato come trasformarle in visione. Love Cure, come tutte le altre mie canzoni, nasce proprio da questo: l’amore come forza che ti rimette in piedi e ti spinge oltre i confini.

Love Cure: come nasce e cosa significa?

È la risposta al caos, una medicina emotiva. Love Cure significa scegliere l’amore anche quando è scomodo, anche quando fa paura. È la cura.

Seconda nomination ai Grammy: qual è stata la prima emozione quando l’hai scoperto?

Gratitudine. Ho pensato al percorso, non al traguardo. È stato come guardarsi indietro un secondo, sorridere, e poi tornare subito al lavoro.

Cosa rappresentano oggi i Grammy nel tuo percorso artistico?

Un riconoscimento, non un punto di arrivo. Sono la conferma che la mia visione può parlare a un pubblico globale, al top del mondo musicale senza snaturarsi. Mi ricordano che sto camminando nella direzione giusta.

Il tuo legame con Los Angeles è molto forte. Che ruolo ha avuto questa città nella tua crescita musicale e personale?

Los Angeles insegna la disciplina del sogno. È una città spietata che non ti regala niente, ma se resisti ti trasforma. Impari a pensare in grande e a lavorare in silenzio.

Sei arrivato qui anche con la passione per l’NBA: sei ancora un appassionato?

Assolutamente sì. Ho studiato e giocato a basket nei college americani per quattro anni. L’NBA è cultura, mentalità, sacrificio. I Lakers fanno parte del mio immaginario, anche per quello che rappresentano a Los Angeles.

Cosa hai imparato dalla scena musicale statunitense? Con chi vorresti lavorare?

Ho imparato il valore dell’identità. In America rispettano chi ha una voce riconoscibile. Mi piacerebbe collaborare con Justin Bieber, The Weeknd, Beyoncé, Kanye West.

In che modo le tue radici italiane influenzano il tuo sound?

Nella melodia, nel romanticismo, nella drammaticità emotiva. L’Italia ti insegna a sentire tutto fino in fondo. Questo resta, anche quando il sound è internazionale.

Il tuo percorso non è stato lineare: quanto conta oggi la resilienza?

È tutto. Il talento apre porte, la resilienza ti fa restare dentro. Ho imparato a trasformare i no in carburante.

La tua musica crea un forte legame emotivo con i fan. È naturale o costruito?

È naturale, ma va rispettato e coltivato. Io condivido verità, non personaggi. Essere veri oggi è ciò che crea la connessione con i miei fan.

Che messaggio vuoi mandare ai giovani italiani che sognano una carriera internazionale?

Non aspettate il permesso. Studiate, viaggiate, fallite. E non rinnegate mai da dove venite: è il vostro superpotere. Hard work pays off.

Se dovessi descrivere questo momento della tua vita con tre parole?

Consapevolezza. Visione. Fame.

Dopo i Grammy, quale sarà il prossimo passo di Lil Mile?

Costruire, non inseguire. Sto lavorando con produttori e artisti vincitori dei Grammy a nuova musica che alza l’asticella, con un suono ancora più personale e internazionale, e a un progetto live che racconti davvero chi sono oggi.

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