Gianluca Passi ha costruito una carriera capace di muoversi con una fluidità non comune tra settori diversi: dal rugby professionistico in Italia ai livelli più alti della moda, fino alla finanza globale e agli investimenti. Oggi vive a New York e il suo lavoro si colloca all’incrocio tra capitale, cultura e relazioni, con un’attenzione crescente alla possibilità di mettere in connessione il talento italiano oltre i confini nazionali.
Gianluca, il tuo percorso attraversa settori e geografie molto diverse. Perché pensi che tanti italiani riescano ad affermarsi all’estero, spesso senza essere davvero collegati al proprio Paese d’origine?
È meno una questione di visibilità e più una questione di frammentazione. Ci sono italiani che lavorano ai massimi livelli nel mondo — in aziende come Apple, nella finanza, nella tecnologia — ma non fanno parte di un sistema condiviso. Le loro storie non si incontrano.
Questo è il vero vuoto. Non manca il successo, manca la connessione. Esiste un bacino straordinario di talento, ma è disperso. Metterlo insieme creerebbe qualcosa di molto più forte.
Vivi a New York da anni. In che modo la città plasma le persone, professionalmente e personalmente?
New York si muove a una frequenza molto alta. Se riesci ad allinearti, accelera tutto: la tua crescita, la tua esposizione, le tue opportunità. Se non ci riesci, può diventare travolgente.
Non riguarda solo il lavoro. Quando costruisci una vita qui — soprattutto con una famiglia — la complessità aumenta. I costi, il tempo, la pressione. Devi trovare il tuo equilibrio. Alcuni ci riescono, altri capiscono che per loro non è sostenibile.
Hai tre figli che crescono qui. Come si mantiene un senso di identità in un ambiente così internazionale?
È una scelta deliberata. A casa parliamo italiano. Su questo non si discute.
Allo stesso tempo, loro sono esposti ogni giorno ad altre culture: l’inglese, il cinese a scuola, il francese attraverso la nostra tata. L’obiettivo non è limitare tutto questo, ma dargli un ancoraggio. Identità e apertura possono convivere e, quando succede, diventano un vantaggio.
La tua carriera è iniziata da Armani. Che cosa ti ha dato quell’esperienza?
Prospettiva. Sono entrato senza una formazione nella moda, arrivavo dallo sport, e all’improvviso mi sono trovato dentro un sistema incredibilmente sofisticato.
Armani non era solo un marchio: era un ecosistema. Moda, design, ospitalità, licenze. E tutto era coerente. Quel livello di controllo e di visione è raro.
A un certo punto mi sono occupato anche di strategia legata ai talenti, proponendo collaborazioni con atleti e artisti. È stato un ambiente unico per capire davvero come funzionano influenza e posizionamento.
Poi sei passato a Moncler, in una fase molto diversa della sua evoluzione.
Sì, ed è proprio questo che l’ha resa interessante. Era più piccola, ma estremamente dinamica.
Sono entrato prima della quotazione in Borsa e ho visto l’azienda trasformarsi in un player globale del lusso. Quello che colpiva era la capacità di prendere un prodotto molto specifico e riposizionarlo completamente, senza perderne l’identità.
Abbiamo affrontato anche la visibilità in modo diverso. Meno apparizioni formali, più integrazione nella vita reale. Quel cambio di approccio ha fatto una grande differenza.
Il tuo passaggio alla finanza non è stato convenzionale.
Non era pianificato. È nato dalle relazioni. Mettevo in contatto founder, davo consigli in modo informale, e da lì la cosa si è evoluta in qualcosa di più strutturato.
A un certo punto ho capito che dovevo integrare quello che stavo facendo con competenze tecniche. Questo ha portato a partnership: prima con famiglie italiane, poi con istituzioni come Azimut.
È diventata una combinazione di accesso, rete e capitale.
Uno dei tuoi progetti attuali è SailGP. Che cosa ti ha attirato?
Mette insieme diversi elementi: sport, business, visibilità globale.
Lo sport, in particolare, ha una capacità unica di connettere le persone. È universale. E in SailGP il fattore umano è centrale. Le barche sono identiche, i dati sono condivisi: la differenza la fa il team.
Questo lo rende interessante sia dal punto di vista competitivo sia da quello commerciale.
Hai detto che i brand e lo sport resistono alla disruption tecnologica. Perché?
Perché sono radicati nel comportamento umano.
I brand rappresentano identità, appartenenza, eredità. Questo non scompare.
Lo sport è imprevedibile. È guidato dalle persone, non dai sistemi. Non puoi replicarlo con la tecnologia. Anzi, credo che vedremo una rinnovata attenzione alle relazioni umane.
Stai lavorando a un’iniziativa per connettere gli italiani negli Stati Uniti. Qual è l’idea alla base?
L’idea è semplice: creare un sistema dove oggi non c’è.
Ci sono migliaia di italiani in ruoli di alto livello, in settori diversi, ma non operano come una rete. Non esiste una struttura che li metta insieme in modo costante.
L’obiettivo è costruirla: non solo per chi si è già affermato, ma anche per creare una piattaforma che possa sostenere chi arriva dopo.
Che consiglio daresti a una persona che comincia oggi?
Primo: uscire dalla propria zona di comfort. È lì che si cresce.
Secondo: restare curiosi e costruire relazioni vere. È ancora l’asset più prezioso.
Terzo: non avere fretta. Le cose richiedono tempo. “Festina lente”: affrettati lentamente.
Che cosa rappresenta New York per te oggi?
Un banco di prova.
Ti costringe ad adattarti, a costruire resilienza. Ti trovi continuamente davanti al rifiuto, ma fa parte del processo.
Alla fine tutto torna alle persone: capirle, costruire fiducia, creare connessioni. È questo che fa muovere le cose.
L’articolo “Festina lente”: costruire reti globali secondo Gianluca Passi proviene da IlNewyorkese.





