Parlo di morte mentre sono viva e già questo è un controsenso. Chi ha stabilito che la morte debba essere pensata solo nel momento in cui accade? Chi ha deciso che debba essere temuta, “evitata”, tenuta lontana fino all’ultimo istante?
Noi esseri umani viviamo immersi nella vita, eppure costruiamo continuamente immagini della morte. Ma queste immagini non nascono da un’esperienza reale: nascono dalla società. La morte ci viene insegnata come qualcosa di oscuro, di freddo, di pauroso. Nei film è buio, è fine, è perdita. Ma allora la domanda cambia direzione: stiamo davvero temendo la morte, o l’idea che ci è stata insegnata della morte?
L’ essere umano è dipendente dalla vista. Vediamo per orientarci, vediamo per riconoscerci, vediamo per esistere. La nostra realtà è costruita su ciò che appare. Ma allora cosa accade quando tutto questo scompare? Quando moriremo non vedremo più… e se non vediamo più, cosa resta? Siamo ancora qualcosa? Oppure il limite non è la morte, ma il fatto che non siamo in grado di immaginare un’esistenza senza percezione?
Forse non abbiamo paura della morte. Forse abbiamo paura di perdere il nostro unico modo di capire il mondo.
La morte non si annuncia; accade. Oggi siamo qui, domani potremmo non esserci e questa possibilità, così semplice, è insopportabile. Perché rompe ogni illusione di stabilità. Il corpo lo sente: un bruciore al petto, una tensione improvvisa, la voglia di urlare senza sapere cosa dire. Non è solo un pensiero, è una reazione fisica all’impossibilità di controllare. La morte è l’unico evento che non possiamo prevedere, né rimandare, né gestire, e questo ci spaventa. Non perché sia morte. Ma perché è fuori da ogni schema umano.
La paura della morte non è universale. È cultura. Ci sono società che non la vivono come noi, che non la trasformano in terrore. Questo significa che la paura non scaturisce dalla morte stessa, ma dal modo in cui impariamo a pensarla. Viviamo in un sistema costruito su concetti artificiali: crescita, successo, denaro, progresso, tecnologia. Tutti elementi che in natura non esistono. Eppure diventano fondamentali. La morte allora appare come una minaccia, perché interrompe tutto questo. Ma se ciò che viene interrotto è costruito, allora anche la paura per una cosa così naturale è costruita. Non temiamo la fine della vita, bensì temiamo la fine di ciò che ci è stato insegnato a considerare indispensabile
Dentro ogni individuo esistono due tensioni. Una parte spinge verso la costruzione di sé: vuole diventare “qualcuno”, vuole crescere, vuole affermarsi. Ma questo “qualcuno” non nasce spontaneamente, è il risultato di aspettative sociali, di modelli, di richieste esterne. È una traiettoria già tracciata. E poi esiste un altro livello. Una parte più silenziosa, più profonda, che osserva. Che si ferma a mettere in dubbio tutto questo. Che riconosce come molte delle strutture su cui si fonda la nostra vita non abbiano esistenza propria: la tecnologia, il denaro, l’organizzazione sociale, il concetto di crescita stesso. Sono costruzioni umane. E allora emerge un frattura, perché nel momento della morte tutto questo non resta: se domani succedesse una catastrofe, tutto ciò che oggi consideriamo necessario sparirebbe ed il mondo tornerebbe ad una condizione originaria. Come milioni e milioni di anni fa. La natura non perderebbe nulla, saremo solo noi a perdere ciò che abbiamo inventato.
Forse il problema non è la morte ma lo sguardo con il quale la osserviamo. La giudichiamo attraverso categorie umane, ma la morte non è un concetto umano. È un concetto naturale e la natura non ha bisogno di spiegarsi. Noi invece sì. Abbiamo bisogno di vedere, di capire, di dare un nome a tutto. E quando qualcosa sfugge a questo bisogno. la chiamano paura. Ma la paura non nasce dalla morte. Nasce dal limite. Dal fatto che, per la prima volta, ci troviamo davanti a qualcosa che non possiamo controllare, che non possiamo immaginare, che non possiamo vedere. Ed allora la riempiono di buio, di silenzio, di fine. Ma forse non è nulla di tutto questo. Forse la morte non è assenza, è semplicemente assenza di ciò che conosciamo e questo basta a spaventarci. Ma se per un attimo uscissimo da noi stessi, dalle nostre categorie, dalle nostre costruzioni… allora cambierebbe tutto. Perché la morte non è il contrario della vita, è il contrario della nostra capacità di capirla. E forse, proprio per questo, non è qualcosa che deve essere risolto. Non è un problema, non è un enigma, è solo il punto in cui l’uomo smette di essere misura di tutte le cose.
Ed in quel punto non c’è più paura. Solo qualcosa che non abbiamo mai imparato a guardare.
L’articolo L’inconsapevolezza dell’aldilà proviene da IlNewyorkese.





